venerdì 26 settembre 2008

Alcuni versetti del Vangelo di Marco, I

I,1-8

Non a caso, il Profeta, l'ultimo dei Profeti, colui che ri­capitola la storia della profezia: Giovanni il Battista. L'uomo della memoria, dell'attesa.
1-«Inizio», l'arché, il principio, non solo semplicemente del Vangelo, ma il principio è l'Evangelo, il principio per ec­cellenza: gli antichi segreti di Dio, l'intenzione originaria, da cui viene tutta la storia della salvezza, e il suo compimento, annunciato dal Vangelo. Come è scritto nei Profeti, si presentò Giovanni: è tutta la tradizione profetica, da Melchisedech a I­saia, che si ricapitola (2-3), in modo scarno e efficacissimo. La citazione del v.2 è da Es 23,20: «Ecco, io mando un angelo davanti a te per custodirti sul cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato», dice Dio a Mosé, a colui che è il padre della tradizione profetica. Poi c'è un richiamo a Elia, uno dei profeti non scrittori: l'abito di Giovanni (6), come quello di Elia, è fatto di pelli. L'uomo della memoria, il Profeta che ri­torna a quegli inizi -Giovanni esplicita la necessità di un ri­torno, di un «battesimo di conversione» (di "metanoia", che in greco sta per "ritorno", ovvero "il compiere un viaggio di ritor­no"). Giovanni ha a che fare con la gente, con tutta la storia u­mana, con tutta la noia di essa: proprio l'esercizio della memo­ria lo costringe a passare in rassegna, di evento in evento, di nodo in nodo, la pesantissima congerie di depositi che hanno in­crostato il mondo, avvilito le coscienze, le creature -la noia del peccato. Giovanni non a caso è nel deserto -anche se si dice che è presso un fiume: ma la geografia non conta, non è un deser­to dal punto di vista dell'ambiente, ma è un deserto che racco­glie tutta la piattezza della nostra storia stanca, che si è spenta, deteriorata, avvilita. Per Giovanni, uomo di memoria, ri­tornare significa passare attraverso questi strati di umanità, questo accumulo di vicende, questa massa del vissuto umano nella sua negatività desertificante.
4-E' l'inizio del Vangelo. Giovanni torna al principio, a ciò che rimane, incancellabile. Non c'è vocazione profetica senza questo disagio, di cui Giovanni è esempio sintomatico; così la tradizione lo ha dipinto. "Angelos" è "messaggero": Giovanni è un "angelo del deserto" -affronta il deserto perché obbedisce al ri­chiamo degli antichi segreti di Dio. Ciò significa passare attra­verso il sedimento della storia: è profeta che penetra in tutti gli scandagli della storia, non fugge, non è un entusiasta.
6-Tale abito richiama quello di Elia, come dicevamo. In Ge­n 3,21, tale abito di pelle è assegnato da Dio ad Adamo ed Eva dopo che sono stati allontanati dal giardino; i due, rivesti­ti di foglie, sono ridicoli, un travestimento che è volontà di sopraffazione, che vuole imporre le sue prerogative dopo il peccato, per garantirsi autorità e prestigio prepotente contro gli altri. Dio qui interviene, già pietoso e benevolo, in forma re­dentiva: si rendono conto che non possono più fare a meno di un vestito, e Dio gliene dà uno di pelle. E Giovanni è condotto fi­no alle soglie del giardino, dove era stato collocato l'uomo dall'inizio, da cui si era allontanato. E ora, presso il deserto, Giovanni il profeta è colui che torna alla soglia del giardino, vestito come Adamo quando ne uscì: più indietro di così nella storia non si può andare. Giovanni ha in sé tutta l'umanità pec­catrice, e torna al giardino, si affaccia: un'umanità peccatrice che non si nasconde più, come Adamo ed Eva. Nel segreto antico è l'inizio custodito in Dio, e rimane indistruttibile la sua fe­deltà, coerente la volontà di realizzare un dialogo di intimità e comunione con la sua creatura -per l'appunto nel giardino. Gio­vanni è il profeta che compie il movimento di ritorno, fino al segreto di Dio, ed esso è la novità che brucia tutto e apre stra­de ancora non percorse. E' la posizione del profeta: ci risiamo, chi compie il viaggio a ritroso scopre la coerenza di Dio, l'at­tesa di Dio che non è venuta meno -c'è in Dio la volontà e il de­siderio e la forza inflessibile, che non sono venuti meno.
Giovanni porta in sé l'attesa di Dio: come Dio, attende, è fedele, non rinuncia alla sua iniziativa, puntuale malgrado tutto nel compiere le sue promesse. Per i profeti annunciare tale at­teggiamento non è un salto acrobatico, l'uomo che porta in sé le attese di Dio è bruciato: ed è quello che a Giovanni avviene. L'uomo della memoria non si accontenta della storia di ieri, deve tornare all'inizio, all'attesa stessa di Dio. In questo suo viag­gio di ritorno, che vale per sé e per tutti coloro a cui si ri­volge, egli viene bruciato: non è una disgrazia, ma esprime la qualità autentica dell'attesa di cui egli è portatore. L'attesa di Dio si appoggia in lui per essere comunicata: e il profeta è stato da essa preso tanto da essere stato bruciato.
Giovanni sta battezzando, al Giordano: il fiume che Giosué attraversa cogli Ebrei, dopo Mosé. Questo è un viaggio che rin­nova, nell'immersione nell'acqua (purificazione ma anche affoga­mento e risalita) il ritorno, una nuova sapienza, una coerenza nuova: il passaggio del Giordano -ci si immerge, fino ad affoga­re, per poi riemergere.
La tensione è proiettata verso il personaggio che viene, in rapporto al quale anche l'attraversamento del Giordano è signifi­cativo: viene il Forte, l'Atteso, colui a cui Giovanni non è de­gno di sciogliere i sandali. Troviamo questa immagine in Dt 25,9: si scioglie il sandalo all'uomo che rinuncia alla prerogativa di sposo nei confronti della vedova del proprio fra­tello. Dunque viene lo Sposo: il Forte, il Pastore -è lo Sposo. Si presenta con totale apertura di cuore, si consegna. E' la no­vità per eccellenza ed è anche quel che era nel principio: una strada che si apre anche per noi, una storia da affrontare e vi­vere anche nel seguito della nostra vicenda. Ed è una situazione in cui tutto, del profeta, è stretto, compromesso, bruciato: il profeta che testimonia con nobiltà singolare la sua dignità di uomo che ha imparato a uscire dal deserto, che ha imparato a guardare i giardini del deserto, che ha imparato a guardare avan­ti, andare incontro, precederci, orientarci, noi che arranchiamo sulle strade della redenzione -per andare incontro a chi viene, per guardare il giardino dal nostro deserto, per attraversare quella soglia che ci brucia nel momento in cui ci libera, in cui le scorie sono bruciate e noi possiamo accogliere in pienezza i doni della vita.
I segreti antichi di Dio sono davanti a noi, l'inizio è il nostro avvenire, la nostra memoria, se non ci sot­trarremo all'impegno fastidioso e incandescente. E' il Maestro dell'Attesa: ci insegna cosa attendere. E man mano che impareremo a ricordare gli antichi segreti di Dio, l'inizio del Vangelo, im­pareremo a attendere colui che viene -e non saremo smentiti.



1,14-20


Gesù, dopo essere stato battezzato, fu sospinto dallo Spiri­to nel deserto. Ora viene: «si recò» (14). Già Giovanni il Bat­tista aveva predicato che Egli «viene» (7); quindi leggiamo che (9) «venne da Nazareth». Avanza, prende posizione, viene incon­tro: e la venuta coincide con la predicazione dell'Evangelo di Dio, la "buona notizia" che è Dio, la novità che è Dio. E' Dio che viene. Si ha una concentrazione teologica del messaggio: la san­tità di Dio viene, la regalità di Dio, la sua trascendenza, lui che ha il primato e che non si confonde con le creature: lui vie­ne, prende contatto, avanza: il Santo raggiunge la nostra Gali­lea.
C'è stridore epifanico, esplosivo, che Marco esprime in poche pa­role : e la Galilea è realtà periferica per eccellenza: il nostro mondo, con le sue contraddizioni e stranez­ze. Viene in modo tale da prendere contatto col fondo inquinato della nostra condizione umana. Strano: eppure tutta la storia della salvezza è predisposta in tale prospettiva. Così percepiamo l'eccezionalità, la novità di tale venuta. Ce lo saremmo aspetta­to in un altro modo, in un'altra prospettiva: ed invece viene in Galilea. Così regna Dio, perché Dio è Dio. E così regna perché venendo in Galilea è la sua santità che viene. E se Dio viene, qualcosa di nuovo è nel mondo, perché Dio è Dio, perché è Santo. Una novità, per noi, la regalità di Dio, dell'onnipotente.
Si noti l'accenno all'arresto di Giovanni: «dopo che Giovanni fu arrestato», cioè «consegnato»: pregnanza teologica del verbo che ricapitola la storia umana, che è la storia di un rifiuto, di un'insofferenza, di un amore buttato via, consegnato. Poi, le prime parole di Gesù: «il tempo è compiuto e il regno di Dio viene»: è giunto, questo è il momento: adesso. Adesso Dio regna. E' «vicino»: è qui. La sua venuta coincide con questa tesi, così semplice e perentoria: Dio regna. E tutto ciò che nella storia dimostra il nostro rifiuto di un amore eterno e gratuito, è un antefatto superato dall'attualità di questa venuta. E' la sua santità che si è insediata nella nostra storia, nel mondo, nella creazione: tutto l'universo, con noi, subisce le conseguenze di quel nostro antico e moderno rifiuto. Colui che ci ha raggiunti, senza compromettere la sua santità, anzi, svelandocela; senza compromessi con la nostra malvagità: «convertitevi e credete nel Vangelo». Qui, adesso si apre per noi la strada di una possibile conversione.
E' la grande concentrazione teologica del primo annuncio evangelico: Dio regna, al modo di Dio: in modo da invadere il mondo con la sua benedizione, a partire dal fondo oscuro del mondo, senza confondersi e compromettere la sua santità. E' il suo regno. E' finito il tempo: siamo dopo il tempo in cui ancora potevamo giocare con ambiguità e equivoci, in cui si potevano strumentalizzare le cose per confermarci nella nostra empietà, nella nostra presunzione teologale.
Dio si manifesta senza ombre o finzioni. Senza cedere alla nostra ricerca di complicità presso di lui. Dio regna, e in questa sua regalità, adesso e qui, per noi e per tutti, ora e per sempre, c'è la possibilità di convertirci. La vita pubblica di Gesù comincia così: come la Chiesa, la nostra storia della salvezza che si attua, che si attua così, grazie ad un impatto, anche se brusco, con la regalità di Dio, che nella sua santità ci converte. Non vi tirate indietro, -ci dice Gesù-, credete all'Evangelo: non fuggite laddove l'urto sembra insopportabile, non corrispondente alle nostre aspettative. Pretendevate un incontro con Dio secondo altre modalità: ma è lui che viene incontro, così, nella sua santità, per convertirci. Noi saremo disposti a incontrare qualcuno che chiameremo e osanneremo come Dio purché non sia in questione l'ipotesi della nostra conversione: purché non sia santo, sia nostro, sia quel Dio che è immagine nella quale proiettiamo i nostri desideri, proposte, pretese. La novità di Dio è ormai evangelizzata.
L'inizio del Vangelo di Marco è proprio questo: «Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio». L'Evangelo è Gesù. Dio regna, e c'è coincidenza tra la regalità di Dio rivelataci con l'Evangelo e il mistero della sua persona in quanto Cristo e Messia. L'Evangelo coincide con la presenza di Gesù fra noi, con la sua vita fino alla morte: è l'Evangelo di Dio, così è entrato, attraverso la soglia della Galilea, per mezzo della missione compiuta dal Figlio: la storia di chi si è consumato nella purezza dell'amore. La nostra storia occupata, espugnata dalla santità, laddove la purezza dell'amore ha conquistato anche lo spazio della morte. Gesù viene: è la sua strada che si illumina, ma è proprio esso che diviene strada per noi: è il tempo, ora e qui, della nostra conversione.
Dal versetto 16 in poi si ha il primo incontro coi discepoli, scena sempre commovente -è la novità di Dio che si manifesta nella storia degli uomini, la santità di Dio che fa nuovo il cuore degli uomini. Una nuova creatura è generata, l'umanità popola la terra in rapporto a questa santità che ha preso dimora nella Galilea.
Ricompare il mare, laddove le acque sono il nostro ostacolo, il segno della nostra sconfitta. Sulle sponde del mare Gesù passeggia, fremente, instancabile: non si disperde, non devia, sua sola preoccupazione è aprire una strada attraverso il mare. E' proprio mentre circola sulla sponda del mare che vede Simone e Andrea: li «vede», la scena è dominata dallo sguardo di Gesù; più avanti (19) «vide sulla barca anche Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello». Siamo guardati, noi come loro, la sua presenza è su di noi. Lo stesso termine è anche al v. 10: «vide aprirsi i cieli e lo Spirito Santo discendere su di lui come una colomba»: c'è continuità nell'uso di questo verbo, lo sguardo di Gesù verso i cieli che si aprono è continuato dallo sguardo con cui guarda i pescatori sulla sponda del mare; emerge l'apertura dei cieli, come uno spettacolo che solo Gesù vede: il cielo spalancato si china sulla terra, la bacia. Tale apertura e piegamento e bacio sono sotto lo sguardo di Gesù: Marco ci invita a contemplare l'avvenimento celeste come avvenimento interiore: è Gesù che vede, lo spettacolo è dentro Gesù, evento che si compie in lui. L'apertura dei cieli è apertura del cuore di Gesù: Gesù li vede aperti in quanto è lui che apre il suo cuore. E vede ciò solo lui perché è il suo cuore aperto che accoglie la visione per tutti gli altri invisibile. E' la presenza di Gesù che viene incontro a noi e ci guarda: la novità di Dio che si manifesta a noi, laddove siamo guardati da chi ha il cuore aperto, nel quale è la santità invisibile di Dio che ha trovato dimora. Siamo guardati da lui come guarda il cielo aperto: siamo contenuti dal suo cuore, laddove la santità dell'onnipotente è di casa.
Gesù passa e vede. Simone e Andrea sono pescatori, ma gettano le reti stando a terra: pescano dalla riva, dalla terra, come impauriti di affrontare il mare, la storia, l'orizzonte, dove il cielo e la terra si baciano, e il cielo è chiuso per chi non ha occhi per vedere, e il cuore umano è bloccato dalla durezza, non ha accolto la novità. C'è una nota di delusione: un'esistenza stanca, l'esperienza di un fallimento che si ripete, gente ributtata dalle onde, cento, mille volte, siamo sempre qui. C'è anche l'angoscia di far brutta figura, che è già di per sé un fallimento. E Gesù passa e li guarda. Cita Geremia (16, 16): «ecco, io invierò numerosi pescatori -dice il Signore- che li pescheranno»; rende quei pescatori collaboratori di un disegno in cui Dio è protagonista. Una strada si apre attraverso il mare: Gesù vuol portarli con sé, con ogni altro pescatore di terra, ciascun uomo che si è arenato nella sponda di qualche mare, ogni creatura umana come un detrito sbattuto da una corrente che si muove sù e giù nella noia della risacca marina. Gesù vuol portarli attraverso il mare, di là del mare: affronteranno il mare, c'è una strada per loro, perché Gesù affronta e percorre lui la sua strada. Nel cuore aperto di Gesù si apre la strada per chi era fermo, prigioniero, schiacciato dall'esperienza del disastro già vissuto, o dalla minaccia che toglie il fiato. «Seguitemi», dice: il messaggio è cristallino: qualcosa in noi vibra, al di là delle delusioni patite e della stanchezza. «Vi porto al di là del mare».
Dal v. 18 in poi si nota come non ci siano risultati entusiasmanti, gloriosi. Il verbo «seguire» è ancora in 14,54, per l'ultima volta: «Pietro lo aveva seguito da lontano», poi si era seduto nel cortile del Sinedrio, al fuoco. Il verbo che indica la relazione nuova coi suoi discepoli dunque non presenta nulla di entusiasmante, non c'è una facile euforia: sarebbe ancora un inganno. Il fatto è però che Gesù li e ci ha guardati, e ci guarda: Gesù passa e chiama. C'è una storia, la sua: e ormai quella storia che è sua è una storia che diventa itinerario di conversione per noi. E se la strada è quella che lo porta alla croce, essa sarà percorribile come itinerario di conversione per noi. Seguitemi, perché questa è la strada di Dio che si rivela a noi, nella gloria di colui che siede sul trono ed è crocefisso: come potenza di benedizione che ci genera per una vita nuova. Una potenza d'amore che vince la morte, la sua, la nostra: che piega dal di dentro la miseria, l'orrore delle nostre pretese e miserie e ingiustizie umane. La strada di Dio ci converte, ci convertirà. Il suo regno, il suo modo di regnare diventa la nostra strada percorribile per tornare. Egli ha scelto la croce come trono, la morte come strumento per testimoniare la fedeltà di un amore puro. Così regna Dio, nell'incontro con la sua santità ci convertiremo.
Ci sono anche (19-20) Giacomo e Giovanni, ci sono reti, una barca per il mare aperto: costoro non sono pescatori di terra. Ma anche qui c'è la fatica di un impegno routinario, reti che si spezzano, tempi di delusione e di trepidazione. E Gesù li chiama. C'è anche il padre, Zebedeo, un intreccio di affetti, vincoli, beni e sentimenti. Gesù li ha guardati, riconosciuti, li chiama: sono nel cuore aperto di Gesù, già accolti, custoditi, amati. Ed essi lo seguirono. Siamo all'inizio del Vangelo -Gesù viene: è il momento opportuno per andare, anche noi. E' il regno di Dio che viene: è il momento opportuno per scoprire che c'è una strada aperta anche per noi, laddove scopriamo che morire con lui significa amare e vivere con lui.



I,29-39


Il Signore vuole riposare: e non è la durezza del nostro cuore, la fine di questa generazione, la fine di questo giorno che passa e non sarà l'ultimo, che potrà impedirglielo. Vuol ri­posare, e il luogo di riposo sarà questa nostra storia, con tutte le creature, quando il cuore sarà liberato.
Il primo capitolo in Marco è introduttivo alla vita pubblica di Gesù, una sorta di sommario. Questo primo giorno è un sabato: Gesù di sabato nella sinagoga di Cafarnao -è il giorno del Messia, del riposo, il riposo di Dio (il settimo giorno della creazione, il giorno colmo di attività del Creatore che si compiace della sua creazione). E' il giorno che di settimana in settimana anticipa la scadenza definitiva di questa storia che è bisognosa di redenzione: viene il giorno, il riposo di Dio non è più invisibile, egli vuol cercare dimora nelle sue creature: il cuore degli uomini è liberato.
Gesù prende sul serio il sabato, c'è una nota di urgenza nella sua attività («subito», 29). Gesù è energico, irruente, intraprendente, mosso dalla spinta ad entrare nel riposo sabbatico di Dio. Prende sul serio il disegno della storia umana, che indica fin da qui e da ora la venuta del giorno che non tramonterà. E tutta la storia è la storia di un esodo, di un viaggio verso il riposo di Dio, il sabato in cui Dio si compiace delle sue creature, in riposo. Anche se sperimentiamo, dei padri alle prese con la durezza del loro cuore, quelle tensioni esplose nel deserto, è vero che i vari sabati ci impegnano nel riposo, sono giorni circoscritti, finiti nel tempo. Il sabato finisce, dunque non è ancora il sabato, il giorno. E' vero, ma Gesù è in­calzante, dice «subito», è in viaggio, brucia le tappe, non am­mette deviazioni. E' il suo esodo. Il viaggio di Gesù è caratte­rizzato da Marco come una progressiva «uscita»: il viaggio in cui è assorbita e interpretata tutta la storia umana, nei modi di una progressiva uscita per tornare là dove lo chiama la voce che lo ha interpellato (1,11). E' il Figlio che attraversa il deserto del mondo, le durezze della storia, del mare, del cuore: apre un varco, là dove la voce lo ha chiamato; e avanza, contattando tut­to ciò che avviene nel tempo della nostra vita, con le realtà u­mane, il mondo visibile e invisibile, l'alto e il basso, il mare e l'asciutto.
29- Il verbo «usciti» è participio aoristo: si avrà anche in 35 e 38: «sono venuto» (in realtà è «sono uscito»); si aveva anche in 1,28: «la sua fama si diffuse», cioè «uscì»: l'esodo produce movimenti corrispondenti, come onde dal punto in cui è caduta la pietra; è il viaggio di Gesù, che provoca attorno a sé un coinvolgimento sempre più ampio e capillare. Nel primo giorno di attività pubblica, Gesù attraversa una serie di ambienti emblematici: entrato in sinagoga, ne è uscito, ora è in una casa, LA casa di Simone e Andrea, ovvero LA casa degli uomini, gli uomini nel loro cuore. E succede che essa è ammalata, c'è una persona inferma: la notizia è data in modo tale che non solo quella persona è ricordata, ma anche è evidenziato il fatto che quella presenza comporta dissesto, disagio per tutta la vita del­la casa. Casa, ovvero una famiglia, ossia tutto un grumo di rap­porti, un organismo vivente. E qui c'è una persona ammalata: tut­to è condizionato dalla presenza della malattia; la casa degli uomini è malata, tutti i rapporti sono bloccati. Finché si può la malattia è nascosta, ora non è più possibile, perché l'ospite è entrato in casa: «subito gli parlarono di lei», lo informano, co­me se volessero dirgli: non possiamo accoglierti come meriti per questo problema, per la malattia. C'è l'intento di giustificar­si: perché è sabato, Gesù è ospite di riguardo, di solito il sa­bato è giorno di festa, di comunione, l'ospite è accolto alla mensa in modo eccezionale. Ma ora questo non è possibile, perché c'è una persona malata. L'ospitalità è impedita: la nostra casa non funziona perché in essa c'è una patologia, attribuita alla suocera, ma in realtà è tutta la convivenza che dimostra di esse­re patologicamente infettata. Qui interviene Gesù, senza dire pa­rola: mentre nella sinagoga aveva insegnato, imposto il silenzio con la sua voce forte; Gesù compie un gesto, tocca l'ammalata, la prende per mano e la solleva. «Servire» è in greco «diakonein», il «servizio» è la «diakonia»: la suocera svolge la diaconia da cui dipende la mensa, perché la convivialità, ospitalità, comu­nione, possa aversi, nella varietà dei doni e nella molteplicità dei contributi. Gesù compie il gesto che apre la via al servizio: e si rivolge a quella creatura che era ritenuta l'ostacolo, il disagio. Colei che nell'opinione comune era l'elemento di di­sturbo, proprio lei diventa, toccata da Gesù, protagonista della diaconia. Si ha il capovolgimento della prospettiva dei discepo­li: là dove riconoscete nella vostra casa un motivo per denuncia­re un fallimento, una sconfitta, e cercavate giustificazioni, là si manifesta quella presenza che diviene il sostegno diaconale, costruttivo, che dà vita a tutta la casa. Non è solo un fatto prodigioso, ma il capovolgimento di quella prospettiva: Gesù sta aprendo una strada attraverso il deserto, quel deserto che è la casa degli uomini: e se essi sono convinti che la loro casa sia un lazzaretto, una prigione, luogo in cui non si costruisce, bloccato, laddove gli uomini riscontrano il loro fallimento, Gesù si apre col suo gesto una strada. C'è possibilità che la casa funzioni quando scopre di reggersi su quella creatura malata: è la casa che ruota attorno a lei, si anima, realizza la propria vocazione dipendendo dal «servizio» di quella creatura: Gesù l'ha toccata. La casa degli uomini diventa luogo di accoglienza, in grado di offrire un servizio, man mano che si scopre che gli elementi che sembravano inutili, disastrosi, proprio quelli sono se­gno di una presenza che apre spazi nuovi, uno spazio nel cuore degli uomini, che libera quel luogo ristretto dall'aria inquinata che lo dominava. Non è vero che la casa degli uomini non può es­sere se stessa per quella presenza: ma sarà al contrario se stessa quando scoprirà che è su di essa che si fonda.
32-«Venuta la sera»: finisce il sabato, un altro sabato è finito, abbiamo fatto festa, ma poi anche questo sabato è finito. Portano a Gesù gli indemoniati, tutta la città si raccoglie sulla porta di quella casa, in cui Gesù è passato: una casa in cui tutta la città ora chiede ospitalità, una casa che ha scoperto in sé una capienza enorme, tale da ospitare tutta la città: tutti i malati e gli indemoniati, più esattamente. Sulla soglia, Gesù vuole uscire dalla casa ma non può: perché là davanti c'è tutta la città: Gesù deve varcare quella parete che ostruisce la soglia, costituita da tutte le malattie e immondezze che affliggono la città degli uomini. C'è corrispondenza tra la soglia spaziale e la separazione temporale tra il sabato e gli altri giorni, una barriera circoscrive il sabato, come la porta ostruita. E Gesù vuole aprire quella porta, attraverso la massa che la città ha scaricato sulla soglia. Apre così un percorso nello spazio ma anche nel tempo: il sabato si prolunga. Passare attraverso quella soglia è uguale alla prosecuzione del sabato: il sabato non finisce. Gesù cerca il riposo sabbatico affrontando la città degli uomini, e lo cerca là dove la porta è chiusa. An­che in 2,2 si ha una porta ostruita: «si seppe che era in casa e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche da­vanti alla porta»; altra porta chiusa, stavolta quella del sepol­cro, è in 15,46: «poi fece rotolare un masso contro l'entrata del sepolcro»; in 16,3, le tre donne si chiedono: «chi ci roto­lerà via il masso dall'ingresso del sepolcro?» Dunque la porta di Simone è collegata con quella che sarà chiusa sul corpo di Gesù: e Gesù vuole attraversare questa soglia nella casa di Simo­ne, Gesù dunque spalanca la porta del sepolcro. Dinanzi a lui la città, che scarica ciò che nasconde in sé di empietà, malattie, violenze. E' la città degli uomini, che mostra una faccia di giorno ed una faccia di notte, che sa nascondere ed imbrogliare: essa mantiene un decoro esteriore quanto più opprime e conculca nelle zone invisibili la debolezza: ma ciò solo per i peccatori penitenti, ammalati malvisti nella città degli uomini, i peccato­ri che si convertono, dei quali la città non sa che farsene, che le creano disagio. La città degli uomini non ce la fa a in­ghiottire tutto e tutti, scoppia, il mostro riversa il suo vomi­to: confusione, avvilimento, degrado. E' tutto ciò che nella città degli uomini è disprezzato, realtà degradata (tale è detta dagli uomini per far valere le proprie grandezze): la città stru­mentalizza e disprezza il degrado, lo colpevolizza. La malattia è colpevole, come l'improduttività, il non essere integrati in un sistema di potere che la città degli uomini ritiene vitale per il proprio successo. E Gesù passa proprio di là: quella è la porta, il suo esodo si compie attraverso quella porta. La città, sorpre­sa nel momento in cui non ce la fa a chiudere in sé questa molti­tudine di miserie e avvilenti contraddizioni. Gesù guarisce i ma­lati e gli indemoniati per tutta la notte: perché per Gesù il sa­bato non finisce, la soglia dev'essere transitabile: dal sabato al primo giorno della settimana, è l'alba della domenica, la pri­ma domenica di Gesù. E' anticipo di tutto il racconto evangelico.
Ora è l'alba, e Gesù esce, può uscire perché la porta è stata spalancata, la città degli uomini attraversata, la casa del Si­gnore divenuta zona accogliente in cui la città degli uomini può riconoscersi in rapporto a quella identità che per Gesù è unico fondamento per la vita comune: la compassione per il degrado proprio e altrui. Su tale fondamento si edifica la città degli uomi­ni.
Al v. 35 Gesù «esce», prosegue nel suo viaggio, nel suo esodo attraverso il deserto: deve andare altrove, ha aperto un varco in questa nostra generazione così noiosa: un varco per noi, oggi, in questa generazione. Egli apre un passaggio oggi, proprio perché vuol riposare prosegue nel suo viaggio. Al v. 30 si ha «gli parlarono», al v. 37 «gli dissero»: gli parlano con lo stes­so atteggiamento, non sono cambiati, c'è la stessa durezza. In 16, 6, l'angelo, nel sepolcro, dice alle donne: «Voi cercate Gesù... non è qui»; e Simone, con gli altri, dice a Gesù, quasi in tono di rimprovero: «tutti ti cercano», e invece Gesù va al­trove (38), prosegue nel suo esodo che si compie: è lui che apre un varco, non tornando indietro come Simone suggerisce, perché non troverà riposo finché non avrà tolto la durezza, finché non avrà evangelizzato questa generazione. E' il tempo della sua Pa­squa, e non ce ne siamo accorti: viene il giorno che non tramon­ta, e noi siamo misurati da cadenze senza respiro. E lui si apre un varco in questa generazione, che si convertirà. Siamo invitati a sostare, ad adorare, a farci avanti senza nascondere le nostre lacrime, e senza fantasie superflue: vuole riposarsi, cioè vuol davvero imperare nel deserto di questa generazione, il deserto, nell'alto e nel basso, nel visibile e nell'invisibile: vuole ri­posarsi, per questo ha giurato che viene il suo giorno, che non tramonterà mai più. E anche questa nostra generazione è convoca­ta, per essere sua dimora, suo riposo.

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